L’ultimo esperimento di chimica: un percorso di crescita per la Classe 2026

L’ultimo esperimento di chimica: un percorso di crescita per la Classe 2026

Come in un cerchio, tutto finisce dove tutto inizia

Gli esami sono ormai alle porte. La pressione, i dubbi, la tensione iniziano a crescere, ma prima che prendano il sopravvento, fermiamoci un momento, guardiamoci indietro e rendiamoci conto di quanta strada gli studenti hanno fatto.

Due anni fa, proprio davanti all’ingresso del laboratorio di chimica, iniziava un nuovo capitolo, ancora tutto da scrivere. C’erano aspettative, incertezze, curiosità appena accennate. E quella frase, impressa sopra la porta, suonava come una promessa e una sfida, al tempo stesso:

“In this laboratory mistakes are expected, respected, inspected, corrected.”

Davanti a quella scritta, incoraggiati dal professor Vincenzo Rosario La Franca Pittarresi, (Head of Science Department), gli studenti iniziarono la loro prima lezione di chimica con un invito insolito: scrivere una lettera al proprio sé del futuro. Un gesto semplice, intimo, che al contempo racchiudeva già tutto il senso, e la promessa, del percorso che stava per iniziare.

Oggi, a pochi mesi dalla cerimonia del diploma, quello stesso laboratorio è diventato il palcoscenico di un finale tanto simbolico quanto sorprendente.

Per il loro ultimo esperimento (la sintesi dell’aspirina) il professore ha organizzato una sorpresa: trasformare il laboratorio in un vero e proprio mad lab. Nastro segnaletico, cartelli di pericolo, luci e dettagli scenografici a suggerire, con ironia, un esperimento “andato storto”.

E poi loro, gli studenti, travestiti da scienziati pazzi, tra camici, occhiali e risate, pronti per la foto di rito. Un momento leggero che ha saputo raccontare in modo perfetto lo spirito con cui questi due anni sono stati vissuti: curiosità, gioco, errori, scoperta e crescita.

Ma la sorpresa più grande doveva ancora arrivare.

Il professor Pittarresi ha riconsegnato agli studenti proprio quelle lettere scritte il primo giorno di lezione. Fogli dimenticati, rimasti in attesa per due anni, pronti a tornare nelle mani di chi li aveva scritti.

Rileggerle non è stato semplice. Per molti è stato un momento profondamente commovente: parole ingenue, speranze, paure, tutte ancora lì, ma viste con occhi diversi.

C’era chi come Davide si era augurato di non perdere la propria curiosità lungo la strada, sperando che “that passion for knowledge hasn’t been extinguished from the hardships”, ricordando a se stesso che qualunque direzione avrebbe preso, avrebbe comunque trovato un modo per dare valore a ciò che stava imparando: “whatever path you decide to take… you’ll be using this knowledge to help people.”

Tra queste, la lettera di Nina racconta invece che all’inizio del suo percorso, non immaginava affatto un futuro nella scienza. La chimica non era per niente la sua materia preferita. E invece, nel tempo, qualcosa è cambiato. Le lezioni, le difficoltà, le revisioni, i piccoli successi: tutto ha contribuito a trasformare quella distanza in passione.Nella sua lettera scriveva a se stessa: “Dear future Nina, chemistry hasn’t always been your favourite subject… but it has always been a big part of your life and you shouldn’t let go… if you push through, you can go on to live a life around the subjects you really love…

Parole scritte senza sapere che, due anni dopo, sarebbero diventate una profezia dal momento che Nina ha scelto proprio la chimica come percorso universitario.

Forse è questo il senso più profondo di questi due anni: accorgersi che mentre si studia, si cambia. Che le certezze si spostano, si ridefiniscono. Che imparare non significa solo accumulare conoscenze, ma anche imparare a guardarsi dentro, a riconoscere cosa conta davvero. A volte persino a ricordarsi, come ha scritto Virginia, di “enjoy the process and not just view it as a mandatory task.”

Il laboratorio, che li ha accolti per tutto questo tempo, non è stato solo un luogo fisico. È stato uno spazio di trasformazione. Un posto dove sbagliare non era un fallimento, ma una condizione necessaria per crescere.

E così, tornando lì per l’ultima volta, tutto assume un significato diverso.

Le risate nei travestimenti, il silenzio durante la lettura delle lettere, gli occhi lucidi: momenti diversi, ma legati dallo stesso filo invisibile.

Quello che unisce il primo giorno all’ultimo. Come un cerchio, in cui inizio e fine si uniscono.
Ma chi esce oggi da quella porta non è più lo stesso che, due anni fa, la varcava.

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