Ripensare l’oceano: Valentina Lovat tra scienza, miti e il nostro legame con il pianeta

Ripensare l’oceano: Valentina Lovat tra scienza, miti e il nostro legame con il pianeta

Quanti sono gli oceani del mondo?

Se avete pensato “cinque”, la risposta non è sbagliata, ma non è tutta la storia.

Siamo abituati a immaginare il pianeta come un mosaico ordinato: cinque oceani, ciascuno con un nome diverso, separati da linee immaginarie sulle mappe. Atlantico, Pacifico, Indiano, Artico, Antartico. Li impariamo così a scuola, come se fossero contenitori distinti e indipendenti.

Ma basta osservare con attenzione un planisfero per rendersi conto che queste divisioni esistono solo sulla carta. Non c’è alcun confine fisico che separi una massa d’acqua dall’altra. In realtà, la Terra ha un unico grande oceano: un sistema vivo e interconnesso, composto da cinque bacini che comunicano costantemente tra loro, scambiandosi energia e influenzandosi a vicenda.

Un ponte tra scienza dell’oceano e società

Questa è solo una delle tante intuizioni che hanno catturato l’attenzione degli studenti di Rosà durante l’incontro con Valentina Lovat, marine biologist e oceanographer, con un percorso professionale che l’ha portata anche in contesti internazionali come l’UNESCO, dove ha lavorato su progetti legati all’oceano e alla sua tutela. Oggi Valentina lavora come project manager e comunicatrice scientifica, traducendo il sapere scientifico in nuove forme di consapevolezza sociale.

Il suo lavoro si colloca all’incrocio tra scienza e società ed è guidato da un obiettivo chiaro: aiutare le persone a costruire un rapporto più informato e consapevole con l’oceano, perché solo ciò che conosciamo davvero possiamo imparare a proteggerlo.

Valentina ha condiviso il proprio percorso personale e professionale, iniziato fin dall’infanzia grazie a un legame spontaneo e duraturo con l’acqua. Oggi porta questa passione in contesti educativi e culturali, convinta che il cambiamento spesso nasca dal mettere in discussione ciò che crediamo di sapere e dall’aprirsi a nuove prospettive.

A partire da questa idea, la sua presentazione ha invitato gli studenti a riflettere su aspetti dell’oceano che spesso diamo per scontati.

Cosa si nasconde davvero sotto la superficie dell’oceano?

Siamo abituati a immaginare un fondale uniforme e piatto. Eppure, cambiando prospettiva, emerge un paesaggio geologicamente complesso, difficile persino da immaginare: catene montuose che attraversano interi bacini oceanici, canyon profondissimi, vulcani sottomarini e pianure abissali che possono raggiungere gli 11.000 metri di profondità, come nella Fossa delle Marianne.

È un mondo vasto e articolato, invisibile ai nostri occhi ma fondamentale per l’equilibrio della vita sulla Terra.

Un altro luogo comune che Valentina ha affrontato riguarda le barriere coralline. Molti immaginano i coralli come piante o alghe colorate. In realtà sono animali: organismi minuscoli capaci di costruire enormi strutture calcaree che diventano vere e proprie architetture biologiche a sostegno della biodiversità marina.

Nel corso dei secoli, le barriere coralline si sono sviluppate in ambienti tridimensionali complessi, ricchi e densamente popolati. Per questo Valentina le definisce “metropoli del mare”: ecosistemi stratificati come grattacieli, brulicanti di vita a ogni livello.

In definitiva, l’oceano è molto più di ciò che appare in superficie. Ricopre il 71% della superficie terrestre e ospita oltre il 90% dello spazio abitabile del pianeta. È la nostra casa tanto quanto la terraferma, forse anche di più.

E se pensiamo che l’acqua che oggi bagna le nostre coste potrebbe aver viaggiato per migliaia di chilometri, impiegando fino a mille anni per completare un giro globale attraverso la circolazione termoalina, diventa evidente quanto tutto sia profondamente connesso all’interno di questo ciclo millenario.

Comprendere questa connessione rende quasi inevitabile sentirsi parte di qualcosa di più grande e più fragile, di ciò che appare a prima vista.

Imparare a guardare il pianeta con occhi nuovi

L’incontro con Valentina non è stato soltanto un approfondimento di biologia marina. È stato un’occasione per riflettere sul nostro ruolo nel mondo. Non serve essere scienziati per contribuire alla sostenibilità.

Si può lavorare in qualunque ambito, dalla tecnologia alla finanza, dalla creatività all’esplorazione spaziale, portando con sé valori di cura, responsabilità e rispetto. Più di qualsiasi percorso specifico, sono questi valori a rendere possibile la costruzione di un futuro in cui le persone comprendono il legame profondo che le unisce al pianeta.

E se l’oceano è uno solo, allora lo siamo anche noi: una comunità che condivide risorse, responsabilità e un futuro comune.

Capirlo è il primo passo.
Il secondo è agire con consapevolezza.

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