Allenamenti quotidiani, gare, ore in acqua e poi sempre lo stesso finale: un costume che si allenta, perde la sua forma, smette di funzionare come dovrebbe e, inevitabilmente, finisce per essere buttato: una rappresentazione accurata di ciò che accade a innumerevoli nuotatori come Aniah.
Stanca di accettarlo come semplice “parte del gioco”, ha iniziato a pensare a un modo per risolvere il problema, creando, per il suo MYP5 Personal Project, un costume che fosse allo stesso tempo durevole e sostenibile.
Perché quando si passa così tanto tempo in acqua, un costume non è solo qualcosa che si indossa. È ciò che permette di muoversi con sicurezza, di concentrarsi, di performare. Diventa parte del movimento stesso, parte del ritmo, parte della fiducia che porti con te ogni volta che ti tuffi.
Ed è proprio per questo che, quando smette di funzionare, non è un dettaglio. È un problema.
Un problema condiviso
È da qui che tutto ha inizio.
Ha iniziato osservando sé stessa, ma soprattutto gli altri. Le compagne di squadra che sistemano continuamente il costume durante gli allenamenti, le spalline che segnano la pelle dopo ore in acqua, i tessuti che si allentano troppo in fretta.
Aniah, MYP Student
“Ho notato che molti costumi e attrezzature da competizione non sono ecologici e vorrei imparare a creare qualcosa che sia utile sia ai nuotatori sia all’ecosistema.”
Così, quello che all’inizio sembra un fastidio personale diventa progressivamente qualcosa di più ampio: un sistema che non funziona davvero per chi lo usa ogni giorno.
Aniah capisce subito che non si tratta di aggiungere una caratteristica in più, ma di riuscire a tenere insieme elementi che spesso entrano in conflitto tra loro: comfort e durata; performance e sostenibilità; elasticità e resistenza. Perché se i costumi sono più sostenibili ma rallentano il nuotatore, non verranno adottati.
Una consapevolezza importante, che la spinge a uscire dalla teoria per prendere una direzione molto più strutturata, che però deve funzionare davvero.
La ricerca di un equilibrio tra performance e sostenibilità
A questo punto costruisce un vero e proprio percorso di ricerca, suddividendo il lavoro in fasi precise. Parte dai materiali, analizzando alternative eco-friendly come il nylon rigenerato ECONYL, il bambù, il cotone organico, confrontandoli con le fibre sintetiche tradizionali utilizzate nello swimwear tecnico.
Elasticità, capacità di mantenere la forma, resistenza al cloro e all’acqua salata, tempi di asciugatura, traspirabilità: non sono caratteristiche trascurabili, ma elementi essenziali per la riuscita di un prodotto performante a livello agonistico.
Eppure, i materiali più elastici sono spesso più confortevoli, ma tendono a deteriorarsi più velocemente. Quelli più resistenti, invece, possono risultare meno adattabili al corpo.
Serve equilibrio. Come in fondo in tutto nella vita.
Parallelamente, amplia la ricerca anche alla produzione. Studia le supply chain, le certificazioni, i processi industriali, il packaging, fino ad arrivare al fine vita del prodotto. Non vuole progettare solo un oggetto, ma comprendere l’intero sistema che lo rende possibile.
E in questo percorso emergono anche momenti di difficoltà.
Nel suo process journal racconta quanto sia stato complesso orientarsi tra informazioni spesso contrastanti, materiali che sembrano sostenibili ma non lo sono davvero, soluzioni promettenti ma difficili da applicare nella realtà.
“A volte è stato travolgente,” scrive, “perché ogni soluzione creava un nuovo problema.”
Ma è proprio lì che il progetto cresce.
Perché invece di fermarsi, Aniah decide di continuare a testare, confrontare, chiedere. Intervista altri nuotatori, raccoglie feedback molto concreti: il costume deve essere aderente, ma non troppo rigido; deve sostenere senza limitare; deve resistere all’acqua senza creare attrito inutile.
E da queste informazioni, inizia a progettare.
Attraverso schizzi, studi di forma e simulazioni digitali, sviluppa diverse versioni del costume. Lavora sulle proporzioni, sul fit, sulla distribuzione delle tensioni. Introduce soluzioni tecniche come spalline incrociate rinforzate per migliorare la stabilità sulle spalle, zone di compressione per sostenere il corpo durante il movimento, zone elastiche per garantire libertà.
Anche il design del taglio è pensato in funzione della performance: una sgambatura alta per ridurre il drag, linee pulite per migliorare l’idrodinamica.
La scelta dei materiali riflette lo stesso approccio:
78% poliammide riciclata ECONYL (una tipologia di filo di nylon rigenerato al 100%, prodotto recuperando rifiuti come reti da pesca, vecchi tappeti e scarti industriali. È una fibra sostenibile e circolare, riciclabile all’infinito senza perdere qualità, che riduce drasticamente l’impatto ambientale rispetto al nylon vergine derivato dal petrolio).
22% elastan extra life (una fibra elastica che segue rigorosi criteri di riutilizzo dei materiali tessili. Grazie a questa scelta, si riduce l’uso di nuove risorse plastiche, rispondendo esattamente all’obiettivo di limitare i danni causati dallo swimwear ad alte prestazioni).
Una combinazione che cerca di mantenere alte prestazioni senza rinunciare alla sostenibilità.
Ma progettare un buon prodotto non significa solo scegliere materiali e forme. Significa capire se quel prodotto può davvero esistere al di fuori di un’idea.
Dal progetto alla realtà: prototipi e sfide concrete
Allarga quindi il progetto alla produzione, iniziando a cercare fornitori, a studiare aziende, a confrontare possibilità reali. Arriva persino a individuare fabbriche in Marocco come potenziali partner produttivi, cercando di capire dove e come quel costume potrebbe essere realizzato su scala più ampia.
Forse siamo ancora lontani dal vedere questo costume in vendita nei negozi, ma non voleva che il progetto rimanesse confinato a una dimensione teorica. Per questo ha deciso di costruire il suo primo prototipo. Taglia i tessuti, assembla le parti, testa il fit. Alcuni elementi più complessi, dal punto di vista tecnico, li affida a chi ha competenze specifiche nella cucitura, ma tutto il resto lo realizza lei.
Anche qui, però, emergono nuove difficoltà. I materiali non reagiscono sempre come previsto. Le tensioni cambiano una volta indossati. Il design che funziona su carta deve essere adattato al corpo reale.
Eppure, è proprio da questi continui tentativi che il progetto inizia davvero a funzionare. Perché ogni errore corregge qualcosa, e ogni versione si avvicina un po’ di più a ciò che aveva immaginato.
E alla fine, qualcosa cambia davvero, dimostrando che anche ciò che sembra “parte del sistema” può essere ripensato.