Due giorni dentro la scienza: la seconda edizione di Teens in STEM
Ci sono giornate che hanno la forma di un esperimento. Si comincia con un’ipotesi, che la scienza possa appartenere davvero a tutte e a tutti, e si procede per tentativi, osservazioni, errori, scoperte. La seconda edizione di Teens in STEAM, ospitata nel nostro Campus di Venezia, è stata esattamente questo: due giornate in cui ragazze e ragazzi non hanno solo ascoltato parlare di scienza, ma l’hanno vissuta. Prima attraverso le voci di chi la fa da anni. Poi con le mani, dentro tredici laboratori, davanti a microscopi, turbine e provette.
Sei storie, nessuna in linea retta
La prima giornata si è aperta con un Inspirational Talk dedicato agli studenti dell’MYP e del DP, anche del nostro campus di Vicenza. Sei donne (astronome, matematiche, biotecnologhe, ingegnere, ricercatrici) sedute sul palco, pronte a raccontarsi. A guidare la conversazione, sul palco insieme a loro, tre nostre studentesse: Daria, Erin e Agata, che hanno fatto da mediatrici.
A introdurre il talk è stato il nostro Head of School, Emiliano Cori, con una premessa che ha dato il tono al resto delle ore: “Science begins when we stop taking the world for granted, when we look again, when we do not accept the first answer.” In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale produce risposte fluenti in pochi secondi, ha ricordato, vale la pena rallentare. Perché “the appearance of thought is not the same as thinking. Fluency is not the same as truth.” E perché STEAM e discipline umanistiche, lungi dall’essere mondi separati, hanno bisogno l’una delle altre: la scienza ha bisogno di immaginazione, la tecnologia di etica, la matematica di bellezza, l’innovazione di responsabilità.
Le sei voci che si sono alternate sul palco hanno raccontato traiettorie diverse, fatte di campi diversi, scelte diverse, vite diverse ma con un denominatore comune: nessuna di loro è arrivata dove è oggi seguendo una linea retta.
Marianna Benetti, ingegnera meccanica e co-fondatrice e CEO di Veil Energy, ha aperto la conversazione con un aneddoto che ha fatto sorridere tutta la sala: il primo cantiere in cui mise piede da giovane ingegnera, dove un operaio le disse “you have very clean working shoes”. Lei rispose “I have to learn how to get them dirty”. Da quel momento, ha raccontato, ha capito che avrebbe dovuto dimostrare di appartenere a quel posto. Una scena piccola, quasi comica, ma che racchiude in poche parole tutto un mondo di sguardi e pregiudizi con cui le donne nelle STEM ancora oggi imparano a fare i conti.
Anche il racconto di Laura Carnieletto, ricercatrice ambientale a Ca’ Foscari, è partito da un episodio molto concreto. Durante un periodo passato al Lawrence Berkeley National Laboratory in California, stava lavorando a simulazioni energetiche sulla città di Venezia, ma i colleghi americani continuavano a chiederle perché non applicasse semplicemente le tecnologie standard di efficientamento: l’isolamento dall’esterno, le pompe di calore, i materiali più moderni. Lei provava a spiegare che Venezia è un’altra cosa: una città storica, costruita sull’acqua, dove gli edifici hanno i piedi nei canali. Ma nessuno l’aveva mai vista davvero. Così aprì Google Maps in modalità street view: “l’omino saltò su una barca”, e i canali si materializzarono davanti agli occhi dei colleghi. Da quell’episodio è nata una delle sue convinzioni più solide: “sustainability is not just a matter of technology and innovation. It’s about climate, culture, history.” La sostenibilità non si applica a un territorio: si costruisce a partire da esso.
Quando la conversazione si è spostata sui fallimenti, le storie si sono fatte più personali. Valeria Agostino, biotecnologa all’IIT di Torino, ha parlato del proprio rapporto totalizzante con la ricerca: anni passati in laboratorio anche nei weekend, perché “microbes are like little bad guys, you have to take care of this every day, every night, every weekend.” Finché il corpo non le ha presentato il conto. Quel periodo, oggi, lo chiama il suo più grande fallimento personale, un momento in cui ha dovuto imparare, suo malgrado, che “if you are too much into, then you cannot really see the path, because you are too much inside.” Una consapevolezza che, paradossalmente, l’ha resa una ricercatrice migliore.
Sulla stessa onda si è inserito il racconto di Chiara Gionco, ricercatrice all’INRIM, con un episodio che ha portato in sala un altro tipo di fragilità. Durante un esame di fisica all’università, sotto pressione, le scapparono le lacrime. La sua professoressa la guardò e le disse che un suo collega maschio non avrebbe reagito così. Da quell’episodio è nata una delle riflessioni più radicate del suo percorso: “equality is not being the same. Each of us is unique, and equality is to have the same opportunities, even if you are different.”
Alla domanda se si possa costruire una carriera STEM senza sacrificare una vita ricca, ha risposto Veronica Strazzullo, astronoma all’INAF di Trieste, che con il marito, anche lui astronomo, ha attraversato Germania, Francia e Stati Uniti crescendo una famiglia. La sua risposta è stata netta: “your life is one, and each of us has only one life. So the less regrets you will have, the better it will be.” E un invito diretto alle ragazze: non lasciare che essere una ragazza definisca quello che si è, quello che si sarà, quello che si può o non si può fare.
In dialogo con questa riflessione, Sikimeti Ma’u, matematica e docente universitaria a Venezia e Verona, ha portato in sala uno dei racconti più diretti sul rapporto con i confronti e la competizione. Da adolescente andò molto male in un esame finale di matematica, molto peggio del fratello maggiore, che l’aveva sostenuto l’anno prima. “The failures where you fail by comparison, those are the ones that sort of rankle for the longest”, ha detto. Inizialmente decise di iscriversi a lingue all’università, convinta di non essere portata per la matematica. Ma una curiosità sotterranea continuava a tenerla legata a quella materia, e così cominciò a frequentare in parallelo un corso di matematica, quasi per sé, per capire fino a che punto quel giudizio comparativo corrispondesse davvero a chi era. Fu proprio quel corso a cambiarle la vita. Una storia che ha mostrato, senza retorica, quanto la competizione (soprattutto quella interiorizzata, fatta di paragoni silenziosi) possa diventare un peso enorme, e quanto invece la curiosità autentica, anche quando arriva per vie traverse, sia l’unica bussola che funziona davvero.
Ma la conversazione non è finita qui. A fine talk, 28 studenti del programma H-elevate hanno avuto la possibilità di pranzare insieme alle ospiti. Un momento pensato per uscire dal formato del palco e trasformare l’ascolto in dialogo: piccoli tavoli, conversazioni dirette, la possibilità di fare domande che durante un talk pubblico non si farebbero mai. Si è parlato di scelte universitarie, di come si costruisce una carriera di ricerca, di come si gestiscono i momenti di dubbio, ma anche di vita quotidiana, di equilibri familiari, di cosa significhi davvero lavorare in ambito scientifico oggi. Per molti dei nostri studenti è stato il momento in cui le storie ascoltate al mattino hanno smesso di essere lontane e sono diventate concrete: persone vere, sedute a un metro di distanza, con cui condividere un pranzo e una conversazione.
Le mani in pasta
Il giorno dopo, cambio totale di scena. Le riflessioni hanno lasciato spazio alle mani.
Duecento ragazze e ragazzi tra i 10 e i 14 anni, arrivati dalle scuole pubbliche del territorio e da H-FARM, hanno invaso il campus e si sono divisi in tredici laboratori. La filosofia era una sola: learning by doing. Perché certe cose si capiscono solo facendole.
Nelle aule e nei cortili, in poche ore, è successo di tutto. Nel laboratorio di polimeri, i partecipanti hanno mescolato soluzioni e agenti reticolanti per veder nascere tra le proprie mani uno slime gelatinoso, scoprendo lungo il percorso come funzionano i legami che tengono insieme la materia. Poco più in là, qualcun altro stava costruendo da zero una piccola turbina eolica, capendo concretamente come si trasforma la forza del vento in energia. Sui prati esterni, paracadute di carta cadevano da diverse altezze per misurare l’effetto dell’attrito dell’aria sulla velocità di caduta, mentre nelle aule di robotica i partecipanti programmavano robot LEGO per muoversi, evitare ostacoli e rispondere a comandi: piccoli sistemi automatici che introducevano in modo concreto i fondamenti del coding.
Nel laboratorio di biologia, microscopi digitali di ultima generazione mostravano mondi invisibili: strutture cellulari, fibre, organismi minuscoli, grazie al supporto dei tecnici di Exacta Labcenter. Accanto, nel laboratorio di ecologia del suolo curato da SESA Este, ragazze e ragazzi setacciavano campioni di terra raccolti nel cortile della scuola, identificando insetti, anellidi e radici con tanto di app di riconoscimento botanico. Nel laboratorio di chimica di Ca’ Foscari, le reazioni esplodevano in colori: sistemi oscillanti, luminescenze, trasferimenti di energia che hanno mostrato quanto la chimica sappia essere spettacolare. Più avanti, il cavolo rosso trasformato in indicatore di pH naturale, cambiava colore a contatto con sostanze di uso quotidiano, rivelando in modo immediato cosa è acido, cosa è basico, cosa è neutro.
E poi ancora: realtà virtuale, con visori che hanno portato i partecipanti dentro ambienti immersivi pensati per l’educazione; sfide di matematica a tempo, in cui velocità e precisione si sono giocate la partita; inchiostri e calchi in gesso costruiti insieme ai ricercatori dell’IIT, per scoprire le proprietà dei materiali e i processi di riproduzione delle forme; un laboratorio di arte e creatività in cui scienza e immaginazione si sono incontrate; e fuori, su un prato trasformato in centrale operativa, la simulazione della Protezione Civile di Eraclea, con pompe vere, sacchi di sabbia da preparare per il rischio idrogeologico e lanci di corde di salvataggio per scenari di soccorso in acqua.
Abbiamo creduto fortemente in questo progetto e abbiamo scelto di renderlo possibile, investendo in un’esperienza pensata per ispirare i più giovani e avvicinarli al mondo delle STEAM. Insieme a noi, diversi partner hanno aderito all’iniziativa contribuendo a dare forma alla giornata: Exacta Labcenter, SESA Este, IIT, Italian Institute of Technology, SparX, Università Ca’ Foscari, ML Systems, Protezione Civile di Eraclea e Avantor. Un ringraziamento speciale va anche al Comune di Roncade e al Comune di Quarto d’Altino per il loro supporto e la vicinanza dimostrata verso l’iniziativa.
Un ringraziamento particolare, infine, va a chi ha tenuto insieme le fila di queste due giornate: il prof. Vincenzo Pitarresi, insieme ai tecnici di laboratorio Francesca Sasso e Carlo Burchielli. Sono loro ad aver immaginato, costruito e coordinato Teens in STEM dall’inizio alla fine.Aprendo la giornata, il prof. Pitarresi ha ricordato una cosa semplice ma fondamentale: “le più grandi scoperte della scienza sono sempre nate dalla collaborazione, mai dalla mente di una sola persona.” Ed è esattamente quello che abbiamo visto in queste due giornate. Una comunità, di ricercatrici, professoresse, studentesse e studenti, che ha condiviso domande, errori, scoperte. E che è tornata a casa con qualche idea nuova, qualche amicizia nuova e, forse, anche un nuovo sogno. ✨