Beyond the classroom: growing up multilingual
Un workshop su un tema centrale per la nostra comunità internazionale
Qui, in H-FARM International School, il multilinguismo è parte integrante dell’apprendimento quotidiano. Tutti i nostri studenti crescono utilizzando più di una lingua tra scuola, casa e contesti sociali. Per questo, il multilinguismo non è solo una caratteristica distintiva del nostro ambiente internazionale, ma una competenza quotidiana che sostiene la crescita e lo sviluppo dei bambini.
A partire da questa realtà condivisa e dalle domande che spesso emergono all’interno delle famiglie, si è tenuto il workshop Beyond the classroom: Fostering Multilingualism through evidence-based strategies, in presenza e in diretta su YouTube.
A guidare la conversazione abbiamo invitato Anna Aresi, PhD, educatrice linguistica e traduttrice che lavora con bambini e famiglie in contesti multilingui, coniugando ricerca e pratica quotidiana. Ciò che ha caratterizzato l’intero incontro è stato il suo costante focus su ciò che il linguaggio rende possibile: relazioni, senso di appartenenza e continuità tra generazioni. Come ha sottolineato fin dall’inizio, «tutto il mio lavoro è incentrato sull’incontro e sulla relazione… su ciò che accade nell’incontro tra lingue, culture, tradizioni e persino generazioni diverse».
Cosa significa davvero multilinguismo
Fin dalle prime slide, il messaggio è stato chiaro: il multilinguismo non è un obiettivo accademico né un insieme di competenze da misurare. È un’esperienza vissuta, plasmata dalle relazioni, dai contesti e da un uso significativo della lingua.
Anna ha fondato questa visione su una definizione aperta e funzionale: usare due o più lingue (e dialetti) nella vita quotidiana, senza la necessità di raggiungere lo “stesso livello” in tutte. Ha inoltre evidenziato ciò che questa definizione non dice: non prescrive una lingua “migliore”, un’età “giusta” o uno standard perfetto da raggiungere. Ciò che conta è l’uso reale, in contesti reali.
Un percorso non lineare: le lingue hanno ruoli diversi
Anna ha invitato i genitori ad andare oltre l’idea di uno sviluppo linguistico lineare. Le lingue non crescono allo stesso ritmo né nello stesso modo. Ognuna svolge un ruolo diverso nella vita di un bambino: alcune sono utilizzate prevalentemente a scuola, altre a casa, altre ancora in contesti sociali o culturali. Questa distribuzione disomogenea non è un problema da correggere, ma una caratteristica naturale dello sviluppo multilingue, ciò che Anna ha definito un “principio di complementarità”: le lingue si associano spesso a diverse aree della nostra vita.
Cosa ci dice la ricerca: benefici e un obiettivo più realistico
Basandosi su evidenze scientifiche, il workshop ha messo in luce i benefici del multilinguismo, tra cui:
- maggiore flessibilità cognitiva
- potenziamento delle funzioni esecutive
- più ampia consapevolezza sociale e culturale
- maggiore empatia
Un punto chiave ha riguardato il modo in cui i bambini multilingui utilizzano le lingue: non separatamente, ma in modo integrato. La competenza linguistica non riguarda la perfezione formale, ma la capacità funzionale di comunicare utilizzando tutte le risorse linguistiche disponibili — e di muoversi tra prospettive diverse.
Strategie pratiche: costruire ecosistemi linguistici quotidiani
Il focus si è poi spostato sugli approcci pratici. Il supporto al multilinguismo è più efficace quando parte da attività significative. L’apprendimento linguistico non è astratto, ma radicato nelle routine, nelle relazioni e nelle esperienze quotidiane.
La lettura condivisa, i rituali familiari, gli interessi comuni e le conversazioni intergenerazionali sono stati discussi come esempi di veri e propri ecosistemi linguistici. Anna è tornata anche su un principio semplice e rassicurante: «non è un esame». I progressi sono modellati dal tempo, dalla coerenza, dall’esposizione e dalla motivazione, non dalla performance.
Tra le strategie condivise con le famiglie:
- Identificare la funzione emotiva e sociale di ciascuna lingua
- Costruire pratiche linguistiche attorno agli interessi e alle motivazioni dei bambini
- Adottare routine coerenti ma flessibili, invece di regole rigide
- Accogliere errori e mescolanze linguistiche come parte del processo di sviluppo
Nel parlare di come sostenere una lingua minoritaria, Anna ha offerto una direzione concreta e basata sulla comunità: «Creare una comunità è la cosa più importante e più efficace».
Affrontare i dubbi più comuni con evidenze e rassicurazione
Sono state affrontate anche alcune delle preoccupazioni più comuni legate al multilinguismo. Non esiste un’unica “età migliore” per introdurre una lingua: ciò che conta di più è la qualità dell’interazione.
Il code-mixing, le differenze nei livelli di competenza o la predominanza di una lingua sull’altra non sono segnali di difficoltà, ma indicatori naturali di come i bambini navigano i propri repertori linguistici.
Anna ha inoltre evidenziato una discrepanza frequente che osserva nel lavoro con le famiglie: aspettative che non corrispondono alla realtà quotidiana. Il suo suggerimento è stato diretto e concreto: se esiste uno scarto, possiamo intervenire in due modi — modificando le aspettative oppure modificando ciò che facciamo con costanza nel tempo.
Le domande dei genitori: dalle routine quotidiane agli obiettivi a lungo termine
Durante il confronto, i genitori hanno posto domande molto pratiche: come sostenere una lingua minoritaria in un contesto dominato da un’altra e come integrare le lingue nel gioco, nell’uso dei media e nelle routine scolastiche.
Le risposte di Anna hanno unito rigore scientifico e attenzione alla specificità di ogni contesto familiare, invitando a riflettere sui valori e sugli obiettivi linguistici a lungo termine: cosa desideriamo per nostro figlio, una competenza accademica avanzata o una relazione duratura con una lingua di origine, parte della sua identità e della storia familiare? La chiarezza su questo punto aiuta le famiglie a scegliere strategie realistiche e significative.
Prossimo passo: un workshop pratico sul family language planning
Al termine dell’incontro è emersa una prospettiva condivisa: l’obiettivo non è la padronanza assoluta, ma il coinvolgimento — nutrire le lingue come parti vive dell’esperienza quotidiana dei bambini e come strumenti di connessione con la famiglia, la comunità e il mondo.
A partire da questa riflessione, un secondo workshop della serie si terrà a febbraio, durante la celebrazione scolastica delle home languages, in occasione dell’International Mother Language Day. Questo incontro di due ore, fortemente pratico, sarà dedicato all’esplorazione di cosa può essere un family language plan, con attività guidate, una tavola rotonda e domande raccolte in anticipo.