Sotto un cielo stellato: la prima edizione della Science Night tra curiosità e scoperta

Sotto un cielo stellato: la prima edizione della Science Night tra curiosità e scoperta

Il cielo stellato porta con sé misteri che non si lasciano spiegare facilmente, ed è forse da lì che nasce quella curiosità che ancora oggi sentiamo, la stessa che un tempo deve aver colpito anche Van Gogh nel dipingere la sua Notte stellata.

È proprio quella stessa curiosità, quella che spinge a non fermarsi alla superficie, che ha trovato spazio nella Science Night. Una serata in cui la scienza diventa il modo per superare i limiti dello sguardo, per cogliere dettagli che a occhio nudo sfuggono e scoprire un livello di realtà che normalmente resta nascosto, perché come ha ricordato anche il professor Vincenzo Rosaria La Franca Pitarresi: “Ogni grande scoperta nella storia è iniziata esattamente così: con uno studente, un’idea curiosa e il desiderio di imparare.”

Man mano che la serata si svolgeva, l’esperienza si trasformava da osservazione a esplorazione, dove ogni spazio offriva una nuova prospettiva sulla stessa domanda di fondo: come funzionano davvero le cose? Con il professor Marco Patruno, docente di Anatomia Veterinaria all’Università di Padova, il movimento diventava qualcosa da ricostruire partendo dalle sue basi più concrete. Tra ossa e strutture reali, la biomeccanica e l’anatomia comparata prendevano forma nelle mani degli studenti, rivelando come specie diverse abbiano sviluppato soluzioni sorprendentemente efficaci per raggiungere velocità elevate, sia nell’acqua che sulla terra.

Poco distante, il suono assumeva un ruolo completamente diverso da quello a cui siamo abituati. Con Antonio Beggiato, dell’Università di Padova, l’ecologia marina e la bioacustica si intrecciavano in un laboratorio in cui le onde sonore diventavano strumenti attivi per la rigenerazione degli ecosistemi. I partecipanti si trovavano a costruire e osservare sistemi acustici progettati per operare in ambienti marini, comprendendo come anche elementi invisibili possano avere un impatto concreto sulla vita.

Proseguendo, lo sguardo veniva catturato dalla luce, resa improvvisamente tangibile. Guidati da Stefano Bonetti, professore di Fisica della materia, insieme ai ricercatori Riccardo Piccoli e Riccardo Arpaia dell’Università Ca’ Foscari Venezia, i partecipanti si confrontavano con le basi dell’ottica geometrica. Tra lenti, specchi e traiettorie, la fisica e la matematica smettevano di essere formule astratte per diventare comportamenti osservabili, costruiti e verificati in tempo reale.

L’attenzione si spostava poi oltre l’atmosfera terrestre, entrando nel campo dell’ingegneria spaziale. Con Elena Toson, COO, Micol Vinci e Luca Zuanetto di T4i -Technology for Propulsion and Innovation, la progettazione di sistemi satellitari prendeva forma attraverso condizioni che raramente si considerano: vuoto, escursioni termiche, materiali. La space systems engineering si intrecciava con la scienza dei materiali, mostrando come ogni scelta progettuale sia una risposta a vincoli estremi.

All’esterno, infine, era la scala stessa della realtà a cambiare. Con Mattia Scomparin, fisico e ingegnere presso Flex-N-Gate Europe, matematica e astrodinamica diventavano strumenti per rendere visibile l’immensità del Sistema Solare. Partendo da una scala definita, i partecipanti si muovevano nello spazio del campus per posizionare i pianeti, scoprendo passo dopo passo quanto le distanze reali siano lontane da ciò che immaginiamo.

In questo continuo attraversare ambiti diversi, dal corpo animale allo spazio profondo, la serata ha mantenuto un filo coerente, quasi invisibile, che riportava sempre allo stesso punto: imparare a guardare meglio. Non aggiungere semplicemente informazioni, ma cambiare il modo in cui si osserva.

Così, quando l’attenzione si è infine rivolta verso il cielo, quel cielo stellato iniziale non era più lo stesso. Attraverso il telescopio, le stelle apparivano più vicine, ma era con l’astrofotografia che l’esperienza cambiava davvero. Lì dove l’occhio si ferma, la tecnologia continua: la luce viene raccolta più a lungo, i dettagli emergono lentamente, i colori si rivelano. Ciò che a prima vista sembra lontano e indistinto acquista profondità, struttura, forma.

E in quel momento, il senso della serata si chiudeva senza davvero concludersi. I misteri restano, come restano nel cielo stellato da cui tutto è partito. Ma qualcosa cambia: non tanto nelle risposte, quanto nello sguardo con cui si torna a cercarle.

Una serata così non prende forma da sola. Dietro a questo percorso c’è stato il lavoro del professor Vincenzo Rosario La Franca Pitarresi e del tecnico di laboratorio Carlo Burchielli, che hanno reso possibile un’esperienza capace di unire ambiti diversi in un’unica direzione. A loro si aggiunge il contributo di tutti gli ospiti, docenti, ricercatori e professionisti, che hanno portato competenze, tempo e passione, trasformando la serata in qualcosa di vivo e condiviso.

E poi, naturalmente, chi ha partecipato. Perché eventi come questo esistono davvero solo nel momento in cui qualcuno sceglie di mettersi in gioco, di osservare, di fare domande, di lasciarsi incuriosire.

Il cielo stellato resta lì, con i suoi misteri. Ma dopo una serata così, è difficile guardarlo esattamente come prima.

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